La “deriva dei continenti” potrebbe portare a riunirli fra milioni di anni

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FONTE: REDAZIONE BLITZ QUOTIDIANO

Perché così tanti terremoti stanno colpendo l’Italia centrale? L’Italia appartiene alla “placca eurasiatica” sulla quale preme quella africana in direzione nord. L’attrito tra le due placche, africana e euroasiatica, provoca i terremoti che in questi anni stanno colpendo la zona appenninica. La placca africana alla fine, come spiegano gli esperti in queste ore, spingerà la costa est dell’Italia, quella adriatica, ad avvicinarsi sempre di più a quella balcanica trasformando tra milioni di anni il Mar Adriatico in un canale sempre più stretto.

“L’Italia continua a viaggiare lungo la rotta imboccata circa otto milioni di anni fa, quando l’espansione del Mar Tirreno iniziò a spingere il nostro Paese verso est. Da allora la Penisola, schiacciata tra le placche africana ed euroasiatica, si è spostata in direzione dei Balcani. Mentre la costa tirrenica rimane stabile, «quella adriatica, con la catena appenninica, si sposta verso l’ex Jugoslavia di almeno cinque metri ogni mille anni”, racconta Stefano Salvi, ricercatore del Centro Nazionale Terremoti (Ingv). Ciò vuol dire che da qui a venti milioni di anni Rimini e Pola potrebbero unirsi.

“È chiaramente un evento legato al terremoto del 24 agosto – dice il sismologo Massimo Cocco dell’Ingv parlando delle scosse che ieri hanno colpito di nuovo l’Italia centrale – Chiaramente. Una sorta di prosieguo di quell’evento. Possiamo dire che si è innescata qualche altra struttura, qualche faglia situata all’estremità nord-occidentale dell’area interessata dal sisma di Accumuli/Amatrice. Si è attivata una faglia su un sistema contiguo. E sì, la causa è da ricercare nella sequenza partita il 24 agosto che ha rotto gli equilibri in un intero segmento di Appennino”.

È un evento inusuale?

«Una doppia scossa, in rapida successione, con la seconda più forte della prima, era una eventualità possibile. Anzi, nelle faglie dell’Appennino centrale capita relativamente spesso».

E quindi, se capita non di rado, non si poteva in qualche modo prevedere, almeno statisticamente?

«Ovviamente no. Dopo la scossa da 5.4, la prima, non avrei saputo dire in alcun modo che di lì a breve ne sarebbe arrivata una seconda, più forte. La prima scossa ha perturbato ulteriormente il volume crostale e ha innescato la seconda».

Repliche intense sono comunque tutt’altro che rare.

«Certo. Ma su un piano statistico. È successo ad esempio nel 1976 in Friuli dove tre mesi dopo la prima scossa ce ne fu un’altra di magnitudo importante. O ancora, nel 1997 nelle Marche o in Emilia Romagna dove, dopo il sisma del 20 maggio 2012, ci fu un altro evento di magnitudo confrontabile il successivo 29 maggio. È successo molte, molte volte che terremoti di energia importante come quello del 24 agosto abbiano generato altri eventi sismici di forte magnitudo, anche a volte paragonabili a quello che ha iniziato la sequenza».

Il fatto che siano scosse così ravvicinate e paragonabili fa intuire lo sviluppo futuro della sequenza sismica?

«Purtroppo no. Molta energia è stata rilasciata, e in breve tempo, ma è da prevedere che la sequenza sarà intensa, di scosse ce ne saranno ancora, causate dalla struttura sismogenetica che si è rotta».

Si può capire qualcosa sulle strutture interessate?

«È ancora presto. Molto presto. Parliamo di strutture piuttosto profonde, diciamo tra gli otto e dieci chilometri di profondità c’è stato uno spostamento verso nord rispetto al sisma del 24 agosto. Se ci si limiterà a questo o se a cascata verranno interessate a loro volta altre faglie, nessuno lo può dire. Dobbiamo studiare i dati strumentali per capire di più e meglio. La sola previsione che mi sento di fare è che la sequenza sismica non sarà breve e quindi per le popolazioni interessate serve la massima prudenza e seguire le indicazioni delle autorità».

terremoto macerata 2

Giovanni Caprara sul Corriere della Sera spiega che si è aperta una nuova faglia e il terremoto è originato dall’abbassamento dell’Appennino, un altro fronte più a nord rispetto alle ultime scosse:

«Allora — spiega Massimiliano Cocco dell’INGV — la zona aveva subito un abbassamento verso il Tirreno di venti centimetri mentre l’Appennino si distendeva sui due versanti». Proprio a causa dello sprofondamento, misurato dai satelliti CosmoSkymed dell’agenzia spaziale italiana Asi, dalla faglia principale si creava un sistema di faglie che si diramavano nel sottosuolo influenzandosi a vicenda e mantenendo il persistere delle repliche di diversa intensità. In questo modo si duplicava la situazione del sisma dell’Aquila quando nei sette mesi seguenti i pennini dei sismometri sobbalzavano per 64 mila volte sia pure in modo diverso. Naturalmente lo scenario di base che continua a muovere la terra rimane lo stesso (la placca africana che spinge verso quella euroasiatica) ma, pur nelle ipotesi manifestate allora che ripercorrevano vicende di altri terremoti storici, si guardava con circospezione al primo evento di ieri sera.

«Per due motivi — precisa Massimiliano Cocco —. Il primo è che ha raggiunto un’intensità rilevante impossibile da sottovalutare. Il secondo è che si è sviluppato al limite del margine settentrionale del sistema di faglie creatosi nella zona già colpita in passato. Si sperava e si temeva che non succedesse qualcosa d’altro, un’estensione verso NordOvest, verso l’Appennino. E a distanza di poco più di due mesi il timore e la preoccupazione sono diventati realtà con la seconda scossa più forte». Non si è trattato dunque della stessa prima faglia agostana ma qualcosa di nuovo si è manifestato capace di testimoniare quanta energia sia ancora nascosta nel sottosuolo e che ha bisogno, sfortunatamente, di trovare via d’uscita scatenando nuove fratture. «Purtroppo il volume della crosta terrestre che si era fratturato in quei giorni era ampio e non si poteva escludere che si aprissero altre nuove faglie come quella di ieri. Anzi ora si è aperta una nuova zona di fratture più a nord che potrebbe innescare ulteriori movimenti».

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Terremoto Macerata: la mappa della pericolosità sismica in Italia (Corriere della Sera, 27 ottobre 2016)

Col passar delle ore va peggiorando la conta dei danni, non solo agli edifici ma anche al morale di popolazioni che stavano appena cominciando a risollevarsi. E che a soli due mesi dal terremoto di agosto si trovano a doverne affrontare un altro, con la sua scia di assestamento. Le prime immagini giunte dai luoghi del sisma, che ha avuto stavolta per epicentro la Valnerina, tra Perugia e Macerata, raccontano di chiese crollate come fondali di cartone, a Visso, Norcia, Ussita, Camerino, pezzi di patrimonio storico architettonico ridotti in briciole. A Ussita sono crollate le mura di cinta. A Camerino il campanile della chiesa si è abbattuto sulla palazzina di fronte, fortunatamente vuota. L’ intero centro storico di Visso è stato dichiarato inagibile. Spiega Elena Dusi su Repubblica:

Il rischio che un evento così imponente avesse attivato altre faglie vicine non era mai stato considerato remoto. L’Aquila nel 2009 (magnitudo 6.3), Colfiorito nel 1997 (6.0), Norcia nel 1979 (5.8), Gualdo Tadino nel 1998 (5.1) sono solo i principali anelli della catena dei terremoti recenti in queste regioni. All’origine del “domino” che a cadenze abbastanza regolari provoca distruzione sulle montagne dell’Italia centrale c’è la rotazione in senso antiorario degli Appennini. Abruzzo, Umbria e Marche si spostano alla velocità di 1-3 millimetri all’anno verso nord-est. Lo stivale che si gira “stira” l’Appennino e comprime la Pianura Padana, che infatti è stata colpita nel 2012.

«Milioni di anni fa — spiega Stefano Salvi dell’INGV — le nostre catene montuose si sono formate per effetto della pressione della placca africana contro quella europea. Oggi assistiamo a un rilassamento di questi sforzi. In alcuni punti le placche addirittura hanno iniziato ad allontanarsi. Le fratture ereditate dalla fase di compressione ora si trovano nella condizione opposta. Questo provoca una situazione molto ma molto frastagliata». Aggiornando in continuazione la mappa delle faglie sismogenetiche e monitorando gli spostamenti della crosta terrestre con i gps, oggi i geologi sono in grado di sapere dove, e con quanta forza, un terremoto colpirà. Il dato che ancora manca alla loro equazione — e presumibilmente continuerà a farlo ancora per anni — è il momento esatto in cui la terra si spezzerà.

 

Mappa delle faglie in Italia secondo l'Ingv

Cosa sono le faglie e come funzionano
Quando si verificano terremoti, si parla con insistenza di faglie. Queste altro non sono che delle fratture tra due blocchi di crosta terreste (formata da placche), profonde anche parecchi chilometri, in cui si verifica o si è verificato in passato il movimento delle parti adiacenti alla frattura stessa, che può essere improvviso oppure a lento scorrimento. Si tratta, in poche parole, di una linea di minore resistenza della roccia sottoposta a pressioni e quindi la rottura avviene sempre lungo questa linea. Esistono vari tipi di faglie, anche molto diverse tra di loro, ma tutte caratterizzate dal movimento della crosta, noto come terremoto. Ecco, i tre principali tipi di faglia:
normale o diretta: c’è uno scivolamento del blocco roccioso al disopra della parete di faglia (detto “hanging wall”) rispetto all’altro. Questo tipo di faglia si trova in aree caratterizzate da estensione(i due blocchi di roccia si allontanano l’uno rispetto all’altro);
inversa: il blocco roccioso al disopra della parete di faglia sale rispetto all’altro, tipica dei regimi di compressione, in cui cioè i due blocchi di roccia spingono l’uno verso l’altro;
trascorrente: i due blocchi di roccia scorrono uno di fianco all’altro. Il piano di faglia è verticale.
Tra queste, una molto pericolosa è proprio quella appenninica, formatasi fra i due e i tre milioni di anni fa, in seguito all’innalzamento del gruppo del Sasso: la frattura che si è venuta a creare in questo modo si sviluppa per decine di chilometri e nel tempo si è mossa per circa 2000 metri. Anche se è impossibile prevedere i terremoti, quest’area è da sempre sottoposta all’attenzione di vulcanologi ed esperti di geologia.

Le caratteristiche della faglia appenninica

in foto: Movimento della placca adriatica verso i Balcani (Wikipedia).
L’individuazione di faglie attive e sismogenetiche, cioè in grado di generare terremoti, definisce la pericolosità sismica di una Regione, e tra quelle più a rischio vi è di certo il territorio del Centro Italia: la particolarità di questa frattura è che si presenta frammentata in tanti segmenti allineati, ma non continui, che percorre il sottosuolo dell’Appennino centro-settentrionale fino a oltre 20 km di profondità. Questo perché la Penisola italiana continua, seppur a piccoli passi, a muoversi lungo la rotta imboccata circa otto milioni di anni fa, quando l’espansione del Mar Tirreno iniziò a spingere il nostro Paese verso Est. In poche parole, schiacciata tra la placca africana e quella euroasiatica, si sposterebbe verso i Balcani, a una velocità che man mano che si va verso Sud aumenta. È lo stesso fenomeno che si è verificato milioni di anni fa quando le due placche, spingendosi reciprocamente, hanno permesso l’innalzamento della catena montuosa degli Appennini dalle profondità marine, ma ora il movimento è diverso. La crosta terrestre non viene portata a piegarsi e ad accartocciarsi su se stessa, come quando si forma una montagna, ma viene “stirata”, distesa fino alla formazione di spaccature profonde, le faglie, e creando dei riabbassamenti del suolo.

Terremoto del 26 ottobre: attivazione di una nuova faglia?

in foto: Rilevamento dell’Ingv del terremoto del 26 ottobre 2016.
Nelle ore immediatamente successive alle due forti scosse che hanno interessato l’Italia centrale il 26 ottobre, gli esperti si sono a lungo interrogati se si sia trattato di una replica del terremoto del 24 agosto scorso, appartenente cioè al cosiddetto sciame sismico, o un nuovo evento, che potrebbe cioè evolvere in un suo sciame sismico. L’epicentro del nuovo evento è a poche decine di chilometri da quello che interessò Amatrice e i paesi limitrofi alla fine dell’estate, per cui è difficile dire se può essere collegato alla faglia che ha causato il primo sisma. Come sottolinea Focus, “non è la prima volta che, dopo scosse di notevole intensità, a distanza di qualche mese se ne verificano altre con magnitudo vicina a quella principale”. La preoccupazione dei geologi, però, con il passare delle ore, è che il terremoto di ottobre sia dovuto all’attivazione di una nuova faglia verso Nord, finora rimasta “silente”, e non di una replica. Una scarica di energia dal sottosuolo che, secondo gli esperti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), potrebbe creare nuove fratture con nuove scosse significative. Ma tutto è ancora in via di discussione. In generale, quello che è sicuro è che ciò che sta continuando a far tremare la terra è sempre il fenomeno di spinta della placca africana verso quella euroasiatica.

Originale:  http://scienze.fanpage.it/faglie-dell-italia-centrale-e-terremoto-del-26-ottobre/
FONTE: http://scienze.fanpage.it/

FONTE: blitzquotidiano.it

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